LEARNING ON (THE) BOARD: Le 4 tappe dell’insegnare

Il processo dell’insegnare qualcosa a qualcuno, e ancor più del formarlo a certi ruoli, è un processo di cura. Richiede tempo, e richiede delle tappe che devono susseguirsi in modo sano affinché la coltivazione di quella persona (coltura ha la stessa origine etimologica di cultura) dia i suoi frutti.

Voglio dunque articolare un pensiero, nato dal riscontro personale tanto quanto confermato da letture di approfondimento.

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La foto che vedete è tratta dal libro Business revolution di Alfio Bardolla, un formatore e trainer per aziende e imprenditori fra i più importanti in Italia. (Ed. Sperling & Kupfer, pag.46)

Lo schema è assolutamente autoesplicativo e chiarificatore, e vale nell’apprendimento di un nuovo compito in questo caso di natura aziendale. Ma voglio gettare un ponte per avvicinarlo anche all’apprendimento di un gioco e alla padronanza più approfondita di questo. Come per un gioco, poi, varrà per l’apprendimento di qualsiasi campo.

Prima fase dunque, dare direttivesenza i perché o altro. La persona deve imparare quegli automatismi, e nel caso di un gioco bisogna conoscere le meccaniche fondamentali: “durante il tuo turno devi fare questo e questo. Puoi farlo in questo modo.” Qui l’apprendista, o il neogiocatore, non può e non deve farsi una opinione, non prima di avere fatto esperienza di un certo numero di casistiche.

In questa prima fase si lavora senza discutere. Così si raccoglie quel bagaglio di esperienza che permette di capire analogie e differenze.

Ad esempio, quante volte qualcuno nello spiegarvi un gioco, una attività per voi nuova o anche un argomento specifico vi imbottisce di perché, per come, piccoli trucchi e parallelismi? Invece di agevolarvi il lavoro (che sarebbe sua intenzione, in quanto cerca di darvi riferimenti aggiuntivi per rafforzare il vostro modello mentale) finisce con il confondervi le idee in quanto non sapete più come attribuire le priorità su cui concentrarvi!

Seconda fase, l’addestramento. Si iniziano a mostrare i meccanismi. Usiamo fare così perché altrimenti accade questo e questo. Vedi? Così facendo ci assicuriamo che…”. Sono le classiche conversazioni/lezioni da briefing e debriefing. E sono tali e identiche anche nel mondo dei boardgame; al termine di quella prima partita (o di quelle prime partite per giochi più complessi), si inizia a ragionare su ciò che è più efficace e produttivo. Ci si può confrontare sul perché sia più efficace quella mossa rispetto a quell’altra, e nei giochi di profonda strategia questa parte diventa appagante quanto il gioco stesso, e forse di più.

Qui la persona inizia a maturare una visione d’insieme, nonché un occhio critico, e da qui germoglia quello che sarà lo stile di quella persona, le sue caratteristiche individuali.

La terza fase, delega, è anche la preparazione ad essere del tutto autonomo. La persona ormai se eseguire diversi compiti, e non ha più bisogno di qualcuno costantemente vicino. Nel campo dei boardgame, questa fase riguarda quel momento in cui il giocatore più esperto non fa più da istruttore tecnico. Il giocatore in ascesa ormai gioca per sé, padroneggia il regolamento e diverse sfaccettature, ed esplora da solo le linee di sviluppo delle proprie decisioni. L’obiettivo è la vittoria (naturalmente) durante la partita, e la crescita, tra una partita e l’altra ed al termine di ognuna. Il giocatore o il praticante ha un suo senso critico e ormai è in grado di insegnare da zero a qualcun altro, avendo consapevolezza di cosa va detto subito e di cosa sarebbe solo un peso.

Il suo mentore/formatore c’è sempre, se serve, ma questa è la fase dove parlano i risultati, per il resto si può anche tacere. 

Oltre che nel mondo dei boardgame e frequentando corsi di formazione personale, ho riscontrato questa scaletta anche nell’allenamento sportivo, il cui miglior esempio per me è stato la Scuola Corpo Mente Spirito di Sifu Pietro N. Roselli Lorenzini, in cui il kungfu viene praticato all’inizio come condizionamento motorio (step 1), poi si contestualizza il perché delle tecniche e dei princìpi (step 2), e infine si può fare da sparring agli allievi più nuovi negli esercizi di condizionamento e sviluppo.

La quarta fase, supervisione, è quella in cui l’insegnante/formatore non è più necessario. Ci sarà filiazione magari nei metodi o nella scuola di pensiero, ma i due praticanti sono praticanti autonomi, che si parli di una disciplina sportiva, una padronanza strategica dei giochi o un ruolo nel lavoro. Lo standard è quello di lavorare (o di giocare) a livello competitivo, in base ai parametri vigenti (sportivi, di mercato, accademici…).

A questo punto si cammina indipendentemente, ma è tanto più bello incontrarsi, scambiare e confrontare le proprie capacità, anche sfidandosi.

Chi con il proprio operato prepara e forma altre persone in qualsiasi campo, non può prescindere da questo processo, su cui farebbe bene a riflettere ed esperire.

Ale Friend

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