PERCHE’ SI’: Khet (2.0)

Amanti degli astratti, oggi abbiamo veramente pane per i nostri denti.

Khet – the laser game è un gioco che mi porto dietro da parecchio tempo, ossia prima di iniziare coi moderni boardgame. Un giorno infatti in una di quelle fumetterie/negozi fantasy vidi ‘sto… ‘sto… ‘sti scacchi laser (a scatola chiusa). 

Praticamente li dimenticai per anni, ma mi avevano talmente colpito che non appena li rividi alla mia prima Macro Games Night si riaccese la fiamma; li provai subito. Poi, richiedendo costanza come tutti gli astratti, non potei approfondirli, ma ecco che appena scoperto l’esistenza di una versione app la acquistai e mi misi sotto a studiarlo un po’. Parlerò dunque quasi esclusivamente sulla mia esperienza digitale di questo gioco.

Il concetto di gioco si afferra in 3 secondi netti. Come negli scacchi si muovono i pezzi per far scacco al re, tuttavia per eliminarli non vanno “mangiati”. Bensì, occorre sparargli con il proprio laser colpendoli sui lati opachi e indifesi.

Già perché la maggior parte dei pezzi è dotata di specchi, che muoverete sulla scacchiera per dirottare il laser nei modi più insidiosi possibili.

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Un’immagine vale davvero più di mille parole.

Le regole di gioco sono davvero poche: sarà agevole spiegarle tutte. Diciamo subito però che qui la profondità è di casa, specie per il fatto che non si ha davanti il solito astratto a struttura geometrica (o meglio, è geometrico ma la geometria dei riflessi è davvero insolita e può sembrare imprevedibile).

AZIONI E PEZZI, IL FULCRO DEL GIOCO

Il turno è essenziale: il giocatore muove un proprio pezzo e poi è obbligato a fare fuoco.

Il movimento consiste in un passo (ortogonale o anche diagonale) oppure una rotazione del pezzo di 90°.

Dopodiché il giocatore preme il bottone sulla propria sfinge, ancorata all’angolo destro: se, seguendo gli eventuali riflessi, colpisce un pezzo (anche proprio, attenzione!) sul suo lato vulnerabile, lo rimuove dal gioco.

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Colpo mancato; il laser si disperde.

Vediamo ora le caratteristiche dei vari pezzi.

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  • Il Faraone è in sostanza il re; resta il pezzo più debole, infatti è vulnerabile su tutti e 4 i lati e non ha alcun potere speciale.
  • la Sfinge è il cannone. E’ inchiodata al suo angolo, ma può ruotare di 90° a sinistra. Dunque il laser a fine turno potrà essere orientato verso il fondo (foto sopra) o verso il nostro centro, più o meno in direzione del nostro Faraone.
  • Piramide: il pedone. La Piramide ha un lato a specchio e 3 lati vulnerabili. Si parte con 7 piramidi in dotazione, e ci si può permettere di sacrificarne qualcuna.
  • Anubi: la guardia personale del Faraone. Anubi non ha specchi, ma il suo lato frontale è invulnerabile al laser. Naturalmente adatto a fare da scudo, in quanto parte sempre vicino al Faraone. Ciascun giocatore ne ha 2.
  • Scarabeo: il pezzo più particolare e forte, in duplice copia per ogni giocatore. In primis ha uno specchio in entrambe le facciate (dunque riflette laser da tutte le direzioni e non ha lati vulnerabili), e in secondo luogo ha l’abilità di sostituirsi a un pezzo nemico adiacente, invertendo le reciproche posizioni. Senz’altro il pezzo più difficile da padroneggiare.

Qui si esauriscono le regole di Khet, a cui dobbiamo aggiungere solo che le caselle riportanti un simbolo (ankh argento o occhio rosso) sono esclusive, e quindi il giocatore opposto non può piazzarvi i propri pezzi.

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Uno dei setting iniziali: come rompere questa geometria equilibrata e affondare nelle fila nemiche?

ENTRIAMO NEL FLUSSO DI GIOCO

Khet è piuttosto anomalo, sia per flusso di gioco che per approccio e apprendimento, comparato agli astratti: vediamo meglio in che senso e perché.

Il turno del giocatore ha due fasi psicologiche scisse: la pianificazione mentale della traiettoria e la mera esecuzione automatizzata. Poiché una volta acceso il laser si può solo verificare dove finisce, il gioco delinea un “prima” e un “poi”. In questo senso rimanda quasi ai giochi di programmazione azioni (da Colt Express a Galaxy Trucker); il gioco dunque, si fa prima di giocare fisicamente il turno, e il flusso non è continuo come in Hive o Abalone ma ha picchi periodici di intensità, in coincidenza con la propria fase di pianificazione. 

Il suo essere anomalo ai fini dell’apprendimento può essere spiegato prima da una parola, e poi meglio da una immagine: la parola è disorientamento.

L’immagine è la seguente

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Di questa immagine ignoriamo la pessima leggibilità e concentriamoci solo sul laser, che compie dei percorsi decisamente articolati.

E’ molto facile, da neofiti, sentirsi disorientati dalle tante possibili deflessioni che si vorrebbero solo e semplicemente convogliare verso il maledetto faraone nemico.

Ancora più difficile poi è prevedere le traiettorie dell’altro per capire quali pezzi sono a portata di tiro. Personalmente infatti ho imparato rapidamente a leggere righe e colonne, ma i movimenti diagonali e le rotazioni dei pezzi avversari spesso mi colpivano veramente alle spalle.

Attenzione, il gioco è a informazione completa, e potreste prevedere e calcolare tutto, tuttavia la leggibilità non è affatto immediata. Ci vorrà un po’ per assimilare degli schemi di attacco che intanto ci priveranno di alcuni pezzi. Qui dunque conta moltissimo l’esperienza, e ben poco si può supplire con l’intuizione improvvisa. 

Da una parte questo lo rende una bellissima sfida di rigore e logica, dall’altra forse rende difficile una prima lettura di un setting differente dal solito. Mi sembra in sostanza un gioco profondamente analitico, e che lascia poco spazio ad adattamento e flessibilità. Questo può risultare come difetto, poiché probabilmente è uno di quei giochi che vanno studiati e preparati con una certa serietà: dico forse probabilmente perché nel mio studio del gioco in app mi sono incagliato nella terza difficoltà (di 5) , e non ne sono ancora venuto fuori. Dunque o quella AI è troppo avanzata per me, oppure ancora non ho colto alcuni principi strategici che fanno la differenza.

Tuttavia per superare alcune sfide sono praticamente ricorso a degli script che con l’esperienza ho notato emergere, parziale riprova del fatto che sia un gioco di analisi ed esperienza piuttosto che flessibilità e intuito.

YIN E YANG: EQUILIBRI, DUBBI E SCELTE NEL GIOCO

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Il gioco ha un equilibrio strano: è infatti estremamente dispendioso cercare lo scacco ad un pezzo, perché avendo un solo passo a turno si creano facilmente stalli (io avanzo tu avanzi) o totali trasformazioni del campo (con i passi diagonali o le rotazioni), tali che il pezzo preso di mira non sia più raggiungibile.

Di conseguenza ho capito (dopo molti errori) che non si può cercare di falciare le prime linee per farsi strada, bensì occorre farsi strada in qualche modo nonostante le linee nemiche. 

Talvolta infatti ci si possono presentare traiettorie insperate e irripetibili, mentre il più delle volte dovremo essere noi a costruire una potenziale minaccia, imparando anche a sfruttare a nostro vantaggio gli specchi avversari (cosa decisamente impegnativa).

Le scelte nel gioco spesso convergono in due linee: attacco o difesa. Poiché ogni giocatore ha la propria metà campo destra vicina al lasermuovere pezzi in quella metà costituisce di solito una chiara mossa offensiva. Viceversa i pezzi nella metà campo sinistra sono per lo più difensivi; murano, deflettono ecc. Spesso dunque si dovrà scegliere se incalzare o se muovere difensivamente (prima di essere obbligati a farlo per salvare un pezzo…)

L’alternanza marcata fra attacco e difesa è frequente in diversi astratti, ma di solito in questa categoria di giochi si può generare un attacco un po’ da qualsiasi parte. Qui invece il punto di generazione dell’attacco è ancorato; si può deflettere, ma chiaramente l’angolo opposto del campo sarà molto difficile da raggiungere. Dunque attacco e difesa sono più staccati fra loro.

Perdere un pezzo è accettabile, come in tutti gli astratti; altresì, ogni pezzo è importante, specie perché i passi diagonali e le rotazioni come detto possono dare svolte improvvise.

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I setting iniziali sono simmetrici e tali che il laser si disperda. Occorre parecchia pianificazione per iniziare a indirizzare il laser dove si vuole. Pianificazione naturalmente frammentata dal giocare una azione ciascuno e dal dover da un lato attaccare e nell’altro difendere.

CONCLUSIONI E TARGET:

Khet 2.0; 2 giocatori, 30 minuti+ 

La prima cosa che mi sento di dire su Khet è di prenderlo vista la sua accessibilità: la versione fisica costa su Uplay una quarantina di euro, mentre l’app (attraverso amazon app) sta a 0,73 centesimi. (link)

Sommando quanto detto, consiglio a tutti di provarlo, vista l’originalità e lo stimolo che può fornire. Inoltre, lo indirizzo particolarmente agli amanti degli astratti di calibro medio alto. La brevità di Quarto e Quoridor non sono di casa in Khet: qui come in Abalone e altri una partita può spesso superare i quaranta minuti. Un brain burning non indifferente, ma anche una validissima palestra per la mente. Sicuramente, per chi volesse giocarlo in modo competitivo, un titolo da riprendere con continuità – tuttavia alternandolo a cose più colorate e ariose.

Anche la mente, come il fisico, deve avere i suoi cicli di esercizio e riposo.

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Sparare una luce su degli specchi: una idea che non può che piacere a tutti… Chi di noi non ha mai giocato con i riflessi?

 

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