Il mestiere del game design: nuove leve

Che bagaglio formativo consiglieresti alle nuove leve?

ANDREA ANGIOLINO: Esistono bei libri sui giochi, di ogni genere. Raccolte, storie, enciclopedie, dizionari di giochi. Manuali di game design. Libri filosofici sulla visione del gioco. Leggeteli. Procuratevi e leggete le riviste di giochi da tavolo, non importa se recenti o uscite trenta e più anni fa: da Pergioco a GiocAreA ad altre meno note o straniere. E ovviamente giocate molto.

ANDREA CHIARVESIO: Giocate molto. So che detto così sembra banale e divertente, ma non vuol dire “sedetevi al tavolo e cercate di vincere”. Giocate analizzando la struttura del gioco, smontandola, chiedetevi il perché delle scelte di design, del modo in cui è strutturata una regola o è scritta una carta. Prendete un gioco che vi piace e iniziate a progettare varianti, house rules, espansioni, ritematizzazioni. Leggete (finalmente sono disponibili alcuni bei libri sul game design). Fate una vita piena di interessi (viaggiate, leggete, andate al cinema, a teatro, a ballare, fate sport), insomma cercate di conciliare il “giocare molto” con altri interessi e attività perché la vostra creatività sarà stimolata dal contatto con mondi e contenuti nuovi e diversi. Se vi chiudete nella vostra stanza a giocare e basta, probabilmente le vostre creazioni saranno solo ricombinazioni dei giochi che vi piacciono di più. Ascoltate i consigli di chi ha già pubblicato, siate umili (se continuo di questo passo mi sento Steve Jobs quindi la chiudo qui).

DANIELE TASCINI: Ci sono dei testi da leggere per avere delle basi teoriche, di cui ora non ho i titoli però. Confrontarsi con autori affermati poi fa crescere molto.

Poi bisogna conoscere e provare più titoli possibili, e guardarli nell’ottica delle idee, delle meccaniche e dei motivi per cui una cosa e’ divertente, crea interesse oppure no. Perché un determinato gioco ha successo? Dire “questo gioco mi fa schifo, non capisco come faccia a piacere”, o “come ha fatto a vincere il tal premio” è un approccio perdente, non aiuta a crescere.

SIMONE LUCIANI: Per la terza volta: giocate il più possibile, frequentate gruppi di autori di giochi ( consiglio caldamente “Inventoridigiochi”) e associazioni, e leggete qualche libro. A me I giochi nel Cassetto di Leo Colovini è stato utile.

ERIK BURIGO: In letteratura c’è parecchio. Io per ora mi sono fatto le ossa su questi: “Rules of Play” (Tekinbas, Zimmerman), “MDA: A Formal Approach to Game Design and Game Research” (Hunicke, LeBlanc, Zubek), “Uncertainty in Games” (Greg Costikyan), “Game Design – Gioco e giocare tra teoria e progetto” (Bertolo, Mariani), e su diversi blog online.

GABRIELE MARI: Beh, a parte il corso di game design al dipartimento di design del Politecnico di Milano credo ci sia ben poco di istituzionale in Italia… L’unica è fare auto-formazione leggendosi tutti i libri disponibili sull’argomento, e per fortuna qualche buon libro italiano comincia ad esserci.

STEFANO CASTELLI: Sono un po’ contro la lettura di testi che ti spiegano come scrivere un gioco (talvolta scritti anche da persone che di giochi neppure ne han scritti o pubblicati): lo trovo un processo creativo che è meglio non imbrigliare in metodi altrui. Il miglior bagaglio formativo in questo caso è giocare, confrontarsi con altri designer, giocare e poi giocare ancora un pochino. Frequentare associazioni e fiere aiuta molto, permette di creare quel bagaglio di esperienza ludica che rappresenta la risorsa primaria del game designer, secondo me.

WALTER OBERT: Oggi esistono strumenti che quando ho iniziato nemmeno si immaginavano e le informazioni girano molto più velocemente. Quindi le esperienze nel settore sono facilmente accessibili e condivisibili. Per contro, nei workshop trovo spesso ragazzi anche brillanti che sembrano timorosi nel fare delle scelte, nell’esprimere le proprie idee e talvolta addirittura limitati nel ricercare informazioni importanti. Probabilmente tutti i giovani hanno sempre avuto dei grossi potenziali ma poche occasioni per farli brillare, e certo il clima che si respira oggi non induce ottimismo. Forse tutta questa massa di informazioni può paradossalmente finire per limitare chi non sia in grado di gestire questa enorme dispersione di attenzione che ci si propone ogni volta che ci affacciamo sul web, e che dovrebbe essere considerata nei programmi educativi.

In tutta onestà, non consiglierei a nessuno di intraprendere una carriera dedicata al game design, perché è un settore che come dicevamo non garantisce sicurezza economica e i nostri giovani hanno il futuro già abbastanza segnato da questo aspetto senza aggiungercene altra.

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