Giochi da Tavolo e “Competenze Chiave” nel Mercato #1

Voglio condividere qui alcuni spunti ed analogie che ho riscontrato fra l’hobby del gioco da tavolo e le “Competenze Chiavedelineate da alcuni programmi di ricerca europei studiati per un esame.

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Noi appassionati, come probabilmente saprete, crediamo moltissimo nel valore formativo del gioco moderno (ossia il gioco frutto di un game design maturo). Ancora pochi però sono i riferimenti accademici e scientifici cui appellarsi nel presentare questi concetti. Ecco perché a mio avviso cercare questi ponti è al momento utile e importante.

Durante un esame ho studiato le cornici concettuali e metodologiche di alcuni programmi europei realizzati per inquadrare lo stato dell’educazione/formazione e la sua importanza nella popolazione adulta. 

Uno di questi progetti, chiamato DeSeCo e avviato nei primi anni Duemila dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), aveva il cruciale compito di DEfinire e SElezionare le COmpetenze Chiave, ossia quelle competenze ritenute fondamentali nel mondo di oggi a prescindere dal settore professionale. Ne sono emersi risultati davvero interessanti, cui mi appoggerò qui per un ponte col mondo dei Giochi da tavolo.

Di capacità, talento, meritocrazia, skill, abilità e competenze si sente parlare ogni giorno – eppure quanti di noi sanno definire il concetto di competenza? DeSeCo mi ha colpito proprio perché puntava a tracciare le basi concettuali e metodologiche per iniziare a parlare di questa sfera in modo più efficace.

E per delineare questo quadro, il progetto ha combinato un influsso bottom-up (dal basso) ad uno top-down (dall’alto).

Partiamo dunque dal definire una Competenza: si suole dire che sia la capacità di sapere, saper fare e saper essere. Senz’altro corretto ma vago, e poco operazionalizzabile. Come si misurano saper fare e saper essere? Misurando coi test il bagaglio di nozioni?

  • Avete un gioco nuovo, magari un titolo complesso o un astratto puro altamente strategico. Avete letto il regolamento ma non avete mai giocato. Avere le nozioni è uguale ad essere competenti in quel titolo? Da cosa capiamo che una persona è competente?

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I team di ricercatori hanno precisato e portato alla luce due punti, che ridelineano la questione.

  • Le competenze non sono direttamente rilevabili, ma sono deducibili dai comportamenti attuati dal soggetto. La competenza in sé è “qualcosa che sta dentro la persona” e che non è misurabile oggettivamente (come farlo daltronde? Contando i solchi sulla corteccia cerebrale?)

Nella vita di tutti i giorni, di fronte a un ambito che non conosciamo, abbiamo un’impressione di competenza da persone che si comportano con certe caratteristiche, usando un certo linguaggio di settore e mantenendo una certa disinvoltura. Inutile a dirsi, uno dei migliori parametri per dedurre la competenza sono i risultati. Ecco perché, anche scientificamente, è legittima l’etica professionale del “valuta qualcuno per i risultati che ottiene nel suo campo.”

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Proprio come in questa immagine, la persona di fronte a noi non ha nessun tratto fisiologico che ne certifichi la competenza. E’ una persona come tutte, un involucro dentro cui quella competenza si trova.

Veniamo qui al punto 2 per la definizione di competenze:

  • Le competenze sono capacità e attitudini individuali “on demand”, non direttamente rilevabili ma deducibili, mediante le quali una persona è in grado di agire e reagire in determinate situazioni per determinati compiti.

Nessun dubbio credo venga sull’agire e reagire in situazioni, per cui il punto da chiarire è l’ on demand: le Competenze insomma escono fuori al momento del bisogno, ossia quando richieste da un compito (task) esterno. On demand dunque comporta il saper sfoderare competenze quando è richiesto, non quando si vuole (magari perché ci si è preparati a tavolino). Questo punto apre a quella fondamentale sfera umana che chiamiamo fiuto, intuito, occhio, improvvisazione, creatività. Osservare-capire-rispondere proponendo la soluzione efficace senza averla estratta da un prontuario.

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Sotto certi aspetti potremmo associare l’agire per esperienza al riflesso condizionato: stimolo-risposta. Ho già visto questo scenario e so che è bene rispondere così. E invece se si parla di competenza ci deve essere una rotellina che gira.

Applicato al mondo dei Giochi da tavolo, è come dire che non si è bravi a un gioco quando si conoscono tanti schemi per esperienza (tante partite fatte quindi schemi visti e contromosse preconfezionate), bensì quando quella esperienza, che comunque deve esserci, mette la persona in condizioni di saper tirar fuori la miglior scelta possibile improvvisando, pur sulla base di consolidate esperienze.

Fondamentalmente è non ripetere a pappagallo ma avere farina del proprio sacco; non solo davanti alle verifiche teoriche ma anche operando sul campo, qualunque esso sia.

L’esempio naturalmente era estremizzato, giacché una persona che abbia fatto molta esperienza non sarà davvero più un pappagallo ma avrà capacità di tirar fuori del proprio: tuttavia sottolineiamo che voler acquisire competenze significa prima farsi un bel bagaglio nozionistico, cimentandosi gradualmente con sfide sempre più complesse (cosa che empiricamente sapevamo tutti).

Un esempio davvero calzante a mio avviso è quello della lingua madre: alcune correnti di psicologia cognitiva affermavano che la competenza linguistica fosse sola imitazione, ossia le persone articolerebbero sempre frasi sentite o lette nel mondo esterno. Noam Chomsky, considerato il più grande intellettuale vivente e attivo dapprima nel campo della neuro linguistica, divenne influente proprio con una teoria che incrinava questo rigido recinto; secondo tale teoria, (chiamata grammatica generativo-trasformazionale) le persone incamerano i sintagmi, i “blocchi e le connessioni delle frasi”, ma hanno la capacità di strutturare e generarle ogni volta in modo nuovo (appunto Generare e Trasformare).

Immaginate di mettere tutti i lego alla rinfusa in un cassetto, e di volta in volta aprirlo e incastrarli sul momento, piuttosto che avere già pronta la casetta, il leoncino e l’automobile.

Penso che questa mentalità, Generativa e Trasformazionale, possa essere adottata con grande efficacia come base di tutte le Competenze.

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Noam Chomsky, intellettuale attivo nella neurolinguistica e recentemente caposaldo della lotta per i diritti umani.

E qui come ben sappiamo noi giocatori, giocare apre la mente ed esercita proprio questo. Si imparano nuovi schemi, riutilizzabili a piacere, tuttavia si affina anche la capacità di rispondere interattivamente alle mosse altrui, creando sul momento. In molti giochi non si segue infatti un rigido percorso strategico ma si sceglie una strada di base che poi si “contamina” con mosse e tattiche di circostanza.

Da questa prima digressione possiamo già scorgere un primo parallelo fra esercizio del gioco ed esercizio delle competenze. 

Per non appesantire troppo, spezzo il discorso in due parti: nella prossima vedremo quali competenze chiave sono state sottolineate dai vari paesi (influsso bottom-up), e come queste sono state alla fine definite dal progetto DeSeCo, andando più nello specifico ad accostare tali Competenze Chiave alla pratica dei giochi da tavolo.

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